Come Lavorare in Credito Cooperativo

Il Credito Cooperativo o BCC è attivo nel settore bancario da diversi anni e ogni giorno offre dei servizi esclusivi a tutta la clientela. La prima cassa rurale del BCC fu costituita nel 1898 da quindici soci fondatori, nove dei quali erano sacerdoti.

La missione del Credito Cooperativo è quella di sostenere l’apertura di nuovi spazi di operatività e di crescita per tutti. Per lavorare in BCC è utile abitare nella zona di competenza territoriale di questa banca locale, quindi durante la vostra candidatura tenete conto che verranno prese prima in considerazione le domande di assunzione che provengono da chi abita in zona.

Ai candidati viene richiesto di fornire tutte le informazioni più importanti, nella sezione Lavora con Noi, troverete tutti i campi da compilare con attenzione presenti sul sito ufficiale. I dati che verranno inseriti in tali campi, andranno ad alimentare il database dal quale verranno successivamente effettuate le estrazioni in vista di prove di selezione.

Quindi nella compilazione della domanda, assicuratevi di inserire un curriculum completo, usando uno dei formati supportati. Il curriculum per lavorare nel Gruppo BCC può essere inviato anche al seguente indirizzo mail risorseumane@inbanca.bcc.it.

L’inserimento del curriculum online risulta immediato e vi permetterà di inserire la vostra candidatura in tempi record. In qualsiasi momento potrete modificare il curriculum, selezionando Aggiorna Curriculum.

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Come Riparare agli Errori Commessi sul Lavoro

Sbagliare è umano, ma cosa fare se l’abbiamo fatta grossa?

Niente panico prima di ogni altra cosa. Cerca di capire se si può rimediare al danno senza conseguenze gravi, se ti accorgi di avere sbagliato la numerazione di una fattura per esempio chiama il cliente e il commercialista e rifalla giusta.

Fondamentale è non nascondere lo sbaglio nè ai colleghi nè al proprio superiore, anche se lo reputi uno sbaglio gravissimo, altrimenti ci potrebbero essere pesanti conseguenze come il licenziamento. Magari ti potrebbero anche dare una mano.

Non devi però pensare continuamente all’errore fatto o alle conseguenze in maniera ossessiva, sennò non sarai mai più+ in grado di lavorare bene e commetterai altri sbagli. Cerca invece di dimostrare a tutti di aver imparato la lezione e rimboccati le maniche.

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Come Aprire una Nuova Attività

L’apertura di una nuova attività comporta l’obbligo di eseguire una serie di adempimenti di carattere fiscale ed amministrativo, che possono variare a seconda del settore di competenza.

Ecco dieci cose che occorre sapere per aprire un attività

PARTITA IVA
Entro trenta giorni dall’inizio dell’attività occorre procedere all’apertura della Partita Iva . La richiesta deve essere presentata, tramite il modulo AA7/6, all’ufficio Iva presso l’agenzia delle entrate.

COSTITUZIONE SOCIETA’
Le società commerciali, cioè quelle diverse dalla società semplice, devono procedere alla costituzione della società presso un notaio, che poi provvederà a depositare l’atto costitutivo nel registro delle imprese. Nella scelta del tipo di società è sempre bene appoggiarsi ad un professionista, il quale in base alle necessità consiglierà il tipo più adatto. In questa fase è importante avere presente la differenza tra società di persone (Ss, Snc, Sas) e le società di capitali ( Srl, Spa, Sapa). Le prime vengono utilizzate da coloro che intendono avviare un’attività di piccole o medie dimensioni insieme ad altri soggetti, dove tendenzialmente il fattore umano è superiore ai capitali investiti. I creditori di queste società possono rifarsi oltre che sul capitale della stessa anche su quello personale dei soci. La personale responsabilità dei soci viene in parte compensata dal minor numero di adempimenti richiesti per la costituzione e gestione di questo tipo di società. Le società di capitali vengono utilizzate per attività medio-grandi dove si investono grossi capitali. La resposabilità dei soci per le obbligazioni contratte dalla società, è limitata alla quota di capitale investita nella stessa. Data la limitata responsabilità dei soci, tali società devono sottostare a tutta una serie di adempimenti, finalizzati alla tutela dei terzi.

REGISTRO DELLE IMPRESE
Occorre iscriversi nel registro delle imprese, tenuto presso la camera di commercio della provincia ove a la sede legale l’impresa.
REGISTRO ESERCENTI IL COMMERCIO
Dal 1999 ( D.Lgs 114/1998) l’obbligo di iscrizione al REC è previsto solo per talune categorie: Farmacie, rivendite di generi di monopolio, distributori di carburante, attività di somministrazione di alimenti e bevande ( bar, alberghi, ristoranti) e commercio all’ingrosso di prodotti ittici, ortofrutticoli e carni. Per tutte le altre attività il precedente obbligo è stato eliminato con la soppressione del REC.

INPS
Occorre aprire una o più posizioni presso l’INPS. Ad esempio un commerciante dovrà iscriversi alla gestione speciale Ivs(Invalidità vecchiaia superstiti) e poi alla gestione separata commercianti.
I contributi fissi verranno corrisposti in quattro rate di pari importo, da versare tramite modello F24 entro il giorno sedici del mese successivo a quello di scadenza:
– Prima rata: 16 maggio
– Seconda rata: 16 agosto
– Terza rata: 16 novembre
– Quarta rata: 16 febbraio dell’anno successivo
Saranno dovuti ulteriori versamenti previdenziali qualora si superi i minimali di reddito previsti. In tal caso i versamenti verrano eseguiti in coincidenza con il primo ( giugno-luglio) e secondo acconto (novembre) sulle imposte sui redditi e a saldo l’anno successivo( giugno-luglio).

INAIL
Contestualmente all’inizio dell’attività occorre presentare all’INAIL il modulo di denuncia di esercizio, al fine di assicurare se stesso, i collaboratori e i dipendenti. L’ente aprirà una nuova posizione assicurativa intestata all’azienda denominata PAT ( posizione assicurativa territoriale). Il premio INAIL viene corrisposto in due rate; una a titolo di anticipo ed una a titolo di saldo da pagarsi entro il 16 febbraio di ogni anno tramite modello F24.

COMUNE
Occorre presentare denuncia al Comune, comunicando l’apertura della nuova attività, al fine dell’applicazione delle imposte comunali. In questa fase il Comune verifica inoltre il possesso dei requisiti morali e professionali del richiedente.

AFFISSIONE INSEGNA
Qualora si desidera apporre un’insegna, una tenda parasole o un impianto pubblicitario, occorre presentare domanda in marca da bollo intestata al sindaco. Se il locale verrà preso in affitto, è importante prevedere nel contratto la possibilità di apporre un’insegna all’esterno dei locali.

AUTORIZZAZIONE SANITARIA
E’ subordinato ad autorizzazione sanitaria chiunque operi con sostanze alimentari: sia che le prepari, sia che le confenzioni sia che si limiti a consegnare i prodotti preconfezionati che abbia in deposito nei suoi locali. L’organo competente al rilascio dell’autorizzazione è il Comune, dopo il parere vincolante e favorevole dell’Asl o meglio del S.i.a.n. ( Servizio Igiene degli Alimenti e della Nutrizione ). Le autorizzazioni sono a tempo indeterminato fintanto che permangono le condizioni originarie . L’autorizzazione va richiesta solo una volta ultimato l’esercizio commerciale ed il comune entro 30 gg dovrebbe rilasciarla.

TUS
I locali devono essere a norma, secondo quanto previsto dal Testo Unico sulla sicurezza. In particolare occorre che un professionista (Ingegnere o geometra) qualificato ( che abbia seguito specifici corsi in materia), certifichi la conformita dei locali in materia sicurezza e prevenzione dei rischi. La stessa legge prevede l’esistenza in azienda del cosiddetto RSPP (Responsabile del servizio di prevenzione e protezione). Si ritiene che a prescindere dalla suddetta normativa, sia interesse dell’imprenditore osservare le minime misure di sicurezza come: avere un impianto elettrico a norma, possedere estintori e cassetta di primo soccorso , avere almeno le nozioni base sul pronto soccorso.
Ulteriori adempimenti potranno essere richiesti in caso di dipendenti (tenuta Libro unico, ecc..) o in relazione all’attività esercitata ( requisiti professionali, concessioni, ecc…)

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Dirigenti e Compenso per il Lavoro Straordinario

L’esclusione del diritto dei dirigenti al compenso per il lavoro straordinario non ha carattere assoluto. Non possono infatti essere superati i limiti di ragionevolezza “con riferimento all’interesse del dipendente alla tutela della propria salute ed integrità fisico-psichica e alle obiettive esigenze e caratteristiche dell’attività svolta”.

Il principio è stato affermato dalla Cassazione con la sentenza 14 febbraio 2011, n. 3607 (orientamento consolidato), la quale ha precisato che il superamento di tali limiti deve essere dedotto e provato dal dirigente stesso.

Come noto, la normativa sull’orario di lavoro di cui al D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66 non si applica (ad eccezione delle disposizioni relative al riposo settimanale, alle ferie ed alle limitazioni al lavoro notturno) ai dirigenti ed al personale direttivo, per i quali la durata dell’orario, in ragione delle caratteristiche dell’attività svolta, non è misurata o predeterminata, oppure può essere fissata dai lavoratori stessi (art. 17, co.5).

Qualora però la prestazione richiesta superi il limite della ragionevolezza e leda il diritto alla salute, il dirigente va compensato per la modalità lavorativa che abbia assunto connotati gravosi e usuranti.

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Diritto di Critica del Lavoratore

Nella valutazione della legittimità dell’esercizio del diritto di critica del lavoratore bisogna tener conto: del doveroso contemperamento degli interessi contrapposti di entrambe le parti, ricordando che si tratta di bilanciamento di interessi protetti entrambi a livello costituzionale.

Infatti, se è vero che il diritto di critica è espressione del generale diritto, riconosciuto dall’art. 21 Cost., di manifestare il proprio pensiero con qualsiasi mezzo, è altresì vero che il diritto in questione assume caratteristiche peculiari, in virtù degli obblighi di subordinazione, collaborazione e fedeltà che gravano sul prestatore. Tali obblighi, per un verso, gli consentono di “ingerirsi nelle modalità di esercizio dell’attività dell’imprenditore sotto il profilo dell’incidenza che questa ha sulle condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti”, ma, per l’altro, accentuano “il dovere di chiunque di astenersi, in assenza di adeguate ragioni, dalla diffusione di notizie e di giudizi pregiudizievoli per l’impresa”.

La critica non può essere diffamatoria. “La possibilità dell’esercizio nella sua pienezza del diritto di critica e di azione sindacale, teso alla tutela delle condizioni di lavoro, non può essere incondizionato non potendo arrivare al punto da contenere affermazioni diffamatorie che in quanto tali possono risultare lesive dell’immagine datoriale”.

I principi sono stati affermati dalla Corte di Appello di Napoli, 8 febbraio 2013, n. 294/13, che ha ribadito, in linea con la giurisprudenza maggioritaria (v. da ultimo, Cass. n. 7471/2012), l’esistenza di limiti di forma e sostanza alla manifestazione del pensiero da parte dei dipendenti, qualora la stessa sia suscettibile di ledere il decoro aziendale.

La tutela della persona. In particolare, la Corte ha affermato che il diritto di critica, anche aspra, del lavoratore, pur se rappresentante sindacale, benché garantito dagli artt. 21 e 39 Cost., “incontra i limiti della correttezza formale imposti dall’esigenza, anch’essa costituzionalmente garantita (art. 2 Cost.), di tutela della persona umana”. Ne consegue che, dove tali limiti siano superati con l’attribuzione all’impresa datoriale o a suoi dirigenti di qualità apertamente disonorevoli e di riferimenti denigratori non provati, il comportamento del lavoratore può essere legittimamente sanzionato in via disciplinare, per esempio con una lettera di richiamo disciplinare.
La specificità dei fatti. Da un punto di vista formale delle modalità di esercizio del diritto di critica, la stessa può essere “coperta” dalla garanzia costituzionale di cui all’art. 21 Cost. e dall’art. 1 Stat. lav., solo se “la correlata specificità e determinatezza dei fatti denunciati consente al denunciante di poter provare di aver denunziato fatti veri”.

Nella fattispecie, il lavoratore era stato licenziato per giusta causa in quanto la società aveva ritenuto grave la condotta tenuta, consistente nell’invio alla Procura della Repubblica, alla Provincia, alla Camera di Commercio ed alla Mostra d’Oltremare, di una missiva, ritenuta lesiva dell’immagine della società datrice di lavoro, che riportava fatti e circostanze non rispondenti al vero. Dal canto suo, il lavoratore aveva impugnato il licenziamento sul presupposto che la missiva in questione non era lesiva ed era fondata sul diritto di critica riconosciuto al dipendente che espletava attività sindacale. I giudici, dall’esame della missiva, hanno ritenuto che le “accuse recapitate a numerosi e qualificati destinatari e prospettate come fatti di indubbia rilevanza penale (abuso, malversazione di denaro pubblico, gestione clientelare del personale e delle assunzioni, mancata realizzazione dell’interesse pubblico e perseguimento di interessi privati)” erano diffamatorie e caratterizzate da “assenza di indicazioni di dettaglio e di riferimenti a fatti specifici ed accertabili” e che, pertanto, non era possibile verificare se si trattava di accuse veritiere. Conseguentemente, il provvedimento disciplinare adottato doveva ritenersi adeguato.

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